Nella foresta della memoria sprazzi di sereno
Chissà per quale motivo, quando si sta un pò di tempo lontano dagli innumerevoli problemi generati dal lavoro, la mente vaga alla ricerca dei ricordi persi nella memoria. La mente percorre strade che pensavi smarrite, ti basta un particolare per accendere lampade di memoria. E' quello che è successo a me recentemente, durante una breve vacanza trascorsa a Tellaro. E' bastato un nome, Gilda, perché, come in una tormenta, strati di ricordi si sono sollevati dal mio profondo per emergere, via via che l'emozione provocatami da quel nome si placava, in tutta la loro chiarezza.
Avevo 12 anni e dire che fu quello, l'anno in cui sono stato sverginato è sbagliato, quell'anno fui educato all'arte dell'amore inteso come sesso nella sua completezza organica . Infatti, prima di allora, avevo fatto conoscenza del sesso per averlo visto fare dai miei genitori o per essere stato condotto per mano a dare piacere, in una vasca da bagno, ad una mia zia ma, mai, mi erano stati spiegati i risvolti del piacere: da dispensare e da ricevere. Fu l'anno in cui, dopo anni di privazioni familiari, mio padre riuscì ad offrirci una vacanza a Senigallia. Avevo appena trascorso un lungo periodo di convalescenza per uno strana malattia che, un’improvvisa ed esagerata crescita fisica, aveva portato il mio corpo da un’altezza di 1,56 cm ad una di 175 cm in poco più di sei mesi. Risultato uno stato catatonico perenne che aveva provocato giorni difficili alla mia famiglia sia in termini affettivi che economici. I costi per la cura sperimentale, all’epoca dei fatti erano quasi proibitivi e se non fosse stata per una fantastica solidarietà del quartiere la mia vita sarebbe stata segnata per sempre. Ma, quell’estate, il peggio era passato e il mio corpo tutto sembrava tranne che un corpo adolescente. Un continuato passaggio in palestra aveva dato i suoi frutti, i muscoli si erano sviluppati al punto giusto e il mio volto esprimeva una maturità più di un ragazzo di venti anni che di uno di dodici. Questo mutamento fisiognomico unito ad una certa maturità di pensiero attraeva in maniera imbarazzante e la conseguenza fu che, una sera, mentre passeggiavo vicino alla rotonda sul mare (chissà se esiste ancora?) per ascoltare le note di un’orchestra che suonava all’aperto, il mio sguardo incrociò quello di Gilda. Un sorriso spontaneo mi fu gettato in faccia e al quale risposi con una certa impreparazione; il sorriso divenne quasi una risata quando lei capì che il mio imbarazzo forse era dovuto ad una certa provincialità e non invece all’età. La sua risata mi dette coraggio e mi presentai con un nome falso: …ciao sono Fabio e senza darle la possibilità di presentarsi, in un momento rischiai di raccontarle tutto il mio passato. A quel punto lei mi disse di calmarmi di respirare profondamente e riuscì a presentarsi: ..mi chiamo Gilda ed abito a Firenze. Per un ragazzo di provincia come me, nato a Terni e di li mai mosso se non una volta, (avevo 4 anni) quando in treno, i miei mi portarono da uno zio di mio nonno rimasto a vivere nel paese di origine di mio padre Mercato Saraceno, Firenze, geograficamente vicina, rappresentava la città dei desideri, il posto dove, appena possibile, trasferirsi per respirare secoli di cultura e dove poter vivere un anonimato che Terni, con l’atavico atteggiamento ingerente dei suoi abitanti, non ti permetteva di avere. Fu subito un incontro dolce e travolgente allo stesso tempo, ma non fu mai plagio. Lei, con una dolcezza infinita cercò di aprirmi ai misteri che regolano il rapporto tra uomo e donna, che non debbono essere improntati solo sulla fisicità dell’atto, ma debbono essere accompagnati da una conoscenza del proprio corpo e della propria psiche per poter assaporare fino in fondo il grande piacere liberatorio dell’intimità sessuale. Ci frequentammo per un anno circa, Gilda aveva 26 anni era bionda, non troppo alta, due occhi azzurri come il cielo d’estate e un sorriso assordante anche quando non era accompagnato dalla risata. Ci siamo profondamente amati e altrettanto dolcemente ci siamo lasciati quando lei mi disse che il percorso era compiuto e che potevo camminare da solo senza perdermi in falsi moralismi e soprattutto che non avrei fatto o ricevuto male. Non so se sono riuscito nell’impresa, di sicuro ho molto amato e ho un buon ricordo di tutto l’amore che ho ricevuto.
Avevo 12 anni e dire che fu quello, l'anno in cui sono stato sverginato è sbagliato, quell'anno fui educato all'arte dell'amore inteso come sesso nella sua completezza organica . Infatti, prima di allora, avevo fatto conoscenza del sesso per averlo visto fare dai miei genitori o per essere stato condotto per mano a dare piacere, in una vasca da bagno, ad una mia zia ma, mai, mi erano stati spiegati i risvolti del piacere: da dispensare e da ricevere. Fu l'anno in cui, dopo anni di privazioni familiari, mio padre riuscì ad offrirci una vacanza a Senigallia. Avevo appena trascorso un lungo periodo di convalescenza per uno strana malattia che, un’improvvisa ed esagerata crescita fisica, aveva portato il mio corpo da un’altezza di 1,56 cm ad una di 175 cm in poco più di sei mesi. Risultato uno stato catatonico perenne che aveva provocato giorni difficili alla mia famiglia sia in termini affettivi che economici. I costi per la cura sperimentale, all’epoca dei fatti erano quasi proibitivi e se non fosse stata per una fantastica solidarietà del quartiere la mia vita sarebbe stata segnata per sempre. Ma, quell’estate, il peggio era passato e il mio corpo tutto sembrava tranne che un corpo adolescente. Un continuato passaggio in palestra aveva dato i suoi frutti, i muscoli si erano sviluppati al punto giusto e il mio volto esprimeva una maturità più di un ragazzo di venti anni che di uno di dodici. Questo mutamento fisiognomico unito ad una certa maturità di pensiero attraeva in maniera imbarazzante e la conseguenza fu che, una sera, mentre passeggiavo vicino alla rotonda sul mare (chissà se esiste ancora?) per ascoltare le note di un’orchestra che suonava all’aperto, il mio sguardo incrociò quello di Gilda. Un sorriso spontaneo mi fu gettato in faccia e al quale risposi con una certa impreparazione; il sorriso divenne quasi una risata quando lei capì che il mio imbarazzo forse era dovuto ad una certa provincialità e non invece all’età. La sua risata mi dette coraggio e mi presentai con un nome falso: …ciao sono Fabio e senza darle la possibilità di presentarsi, in un momento rischiai di raccontarle tutto il mio passato. A quel punto lei mi disse di calmarmi di respirare profondamente e riuscì a presentarsi: ..mi chiamo Gilda ed abito a Firenze. Per un ragazzo di provincia come me, nato a Terni e di li mai mosso se non una volta, (avevo 4 anni) quando in treno, i miei mi portarono da uno zio di mio nonno rimasto a vivere nel paese di origine di mio padre Mercato Saraceno, Firenze, geograficamente vicina, rappresentava la città dei desideri, il posto dove, appena possibile, trasferirsi per respirare secoli di cultura e dove poter vivere un anonimato che Terni, con l’atavico atteggiamento ingerente dei suoi abitanti, non ti permetteva di avere. Fu subito un incontro dolce e travolgente allo stesso tempo, ma non fu mai plagio. Lei, con una dolcezza infinita cercò di aprirmi ai misteri che regolano il rapporto tra uomo e donna, che non debbono essere improntati solo sulla fisicità dell’atto, ma debbono essere accompagnati da una conoscenza del proprio corpo e della propria psiche per poter assaporare fino in fondo il grande piacere liberatorio dell’intimità sessuale. Ci frequentammo per un anno circa, Gilda aveva 26 anni era bionda, non troppo alta, due occhi azzurri come il cielo d’estate e un sorriso assordante anche quando non era accompagnato dalla risata. Ci siamo profondamente amati e altrettanto dolcemente ci siamo lasciati quando lei mi disse che il percorso era compiuto e che potevo camminare da solo senza perdermi in falsi moralismi e soprattutto che non avrei fatto o ricevuto male. Non so se sono riuscito nell’impresa, di sicuro ho molto amato e ho un buon ricordo di tutto l’amore che ho ricevuto.
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