Il coraggio comincia quando?

Si nasce, si cresce, si diventa adulti e poi si muore, ma quando si diventa coraggiosi? Quando, la nostra naturale tendenza alla protezione, dovuta al fatto che dalla placenta, al primo allattamento e su, su, fino al primo amore e poi al matrimonio, e perché no, anche nel momento della morte, credenti o non credenti, cercano protezione in Dio. L'uomo nella sua lunga o breve esistenza è sempre in cerca di protezione, prima dalla mamma, poi la cerca nella propria donna e infine si rivolge al mistero dell'ignoto perché ha paura di morire. Non mi sono mai posto, prima d'ora, questa domanda, ma oggi, ricordando un episodio dell'infanzia, mi è venuto in mente che forse quello che accadde allora ha rappresentato per me la linea di confine tra le paure ataviche che ci portiamo geneticamente dentro e lo sviluppo coscenziale che scaturisce con episodi che oggi possono definirsi coraggiosi.
Avevo 8 anni e fino ad allora avevo convissuto con le paure: paure del buio, paure di procurarmi una ferita, paure di sporcarmi e di essere picchiato selvaggiamente da mia madre, paura del mistero della morte e di tante altre paure che diventa tedioso elencare. Ero quindi un bambino, e come tutti i bambini della mia epoca, l'oratorio rappresentava l'unica area di recupero delle nostre anime aspre e quindi, anche per me, l'oratorio, rappresentava l'essenza della felicità. Il mio era legato alla Parrocchia di San Cristoforo e Don Bruno ne era l'angelo protettivo. Noi bambini ed anche molti adolescenti, quando entravamo in oratorio ci trasformavamo, da figli di famiglie povere con un vissuto il più delle volte socialmente tragico, in figli di un mondo sereno. L'appartenenza a quel mondo di raccolta delle anime perse, ma allo stesso tempo ludico, esaltava in noi, anche se incosciamente, spinte coraggiose che ci portavano ad affrontare in vari modi sfide al limite dell'incoscenza. Per inciso, io credo nella fortuna ed anche allora, quando mi trovavo ad affrontare situazioni veramente pericolose, all'ultimo momento una mano misteriosa deviava dalla mia persona la gravità delle conseguenze dell'azione. Anche nell'episodio, che adesso vado a raccontare, le conseguenze potevano essere più gravi ma, il mio angelo custode fece sì, che solo un pezzo di dente fosse la conseguenza del mio atto di coraggio e non un calcio in testa che sicuramente mi avrebbe ucciso. All'epoca, come tutti i ragazzi, si giocava al pallone più o meno bene ed il ruolo che io abitualmente prediligevo era quello del portiere. Non so perché volessi mettermi in porta, non avevo sicuramente il fisico, ero abbastanza cicciottello, ma, forse, la voglia di sentirmi eroe anche per un attimo , di salvare "l'umanità", rappresentata dai miei compagni di gioco, nell'attimo fatale in cui, superata l'ultimo baluardo della difesa ci si trova a tu per tu con il centravanti avversario, mi faceva sentire utile alla causa. Ed è così che l'attimo fatale accadde. Era una partita di allievi ed io che appartenevo alla categoria dei pulcini, fui costretto a mettermi in porta perché il portiere titolare si era sentito male all'ultimo momento. Ancora oggi penso che, la malattia fu il frutto della paura di affrontare la pericolosità del centravanti avversario che tutti chiamavano Nordhal il mitico e potente centravanti del Milan. Era un ragazzone grande e grosso che tirava delle legnate da 30 metri insaccando nel sette della porta, oppure, con il pallone al piede, da metà campo atterrava tutti e come un siluro si avvicinava sadicamente alla porta con tutta la sua potenza per abbattere anche l'ultimo baluardo, il povero portiere. E così accadeva sempre, era un centravanti da 40 gol a stagione ed io all'inizio avevo una paura becera che ciò si ripetesse anche con me. Tremavo ogni volta che il centravanti (di cui ricordo perfettamente il nome e che per rispetto del ricordo non svelerò) si avvicinava alla mia porta, ma, fino a metà del secondo tempo, non accadde niente di particolarmente pericoloso,. Si vinceva 1 a zero, quando lui prese la palla e come una furia devastante si proiettò verso la mia porta, e l'attimo tanto temuto stava per succedere, ma, come d'incanto, tutte le paure scomparsero in me, la voglia d'eroismo prese il sopravvento e con una forza incoscente mi buttai ai piedi dell'avversario sottraendogli il pallone e ricevendone un calcio di striscio sui denti che mi procurò la scheggiatura del mio incisivo. L'atto fu talmente coraggioso che gli spettatori, avversari e non, invasero il campo e, oltre a soccorrermi, mi portarono in trionfo con pacche da tutte le parti che io, stordito ma allo stesso tempo felice, sentivo come carezze. La partita continuò ancora per una ventina di minuti e alla fine vincemmo 1 a zero. La "giraffone"(nome della squadra) quell'anno vinse il campionato provinciale ed io non ebbi più paura.
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