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La mia prima volta all'Opera...

Thursday, August 09, 2007
Per molti anni in me c'è stata la convinzione che, atmosfere, frequentazioni, letture, avrebbero indirizzato o per meglio dire avrebbero condizionato in positivo il futuro di un bambino. Pertanto, io sono cresciuto nella convinzione che sarei diventato un cantante lirico e contemporaneamente un grande politico. Ma, ahimé, niente di tutto questo è accaduto, solo una "passionaccia" per le opere liriche e un amore smisurato per la magia del teatro mi ha accompagnato nella vita e molto meno, in me, è arsa la passione per la politica.
Ma perché per anni anni ho vissuto con questa convinzione? La spiegazione è molto semplice e tutto si riconduce ad una sera di tanti anni fa, per l'esattezza a quando io avevo quattro anni. Io della mia prima infanzia, ancora oggi, ho ricordi nitidi e non solo flash della memoria. I miei ricordi sono maturi, non sfumati, e sono pieni delle stesse emozioni che provavo allora ogni qualvolta mio padre mi portava con se, e ciò accadeva molto spesso. Mio padre, una volta uscito da uno dei suoi turni diurni in fabbrica, veniva a casa e dopo avere mangiato o solamente essersi lavato, mi prendeva per mano e, come un adulto, mi rendeva partecipe della sua vita sociale. Per lui, io non rappresentavo un dovere, ma, semplicemente, un piccolo uomo da fare crescere in fretta ed al quale non era necessario fargli vivere le esperienze logiche dell'infanzia. Per cui, sin da bambino, mi sono trovato in luoghi e in frequentazioni più consone ad un adulto che ad uno di soli quattro anni ma, ciò, non ha procurato in me drammi esistenziali o crisi d'identità, io di quegli anni ho un ricordo forte, nitido e meraviglioso e ciò lo devo a quella figura di uomo che mi ha fatto crescere in fretta con una forza interiore ed una voglia di conoscenza smisurata. Ma, ritornando alla mia prima esperienza da adulto, tutto accadde, come ho detto in precedenza, una sera, quando per la prima volta mio padre decise di portarmi al teatro "Politeama" di Terni. Fino a quel momento, quell'edificio, che distanziava dalla nostra casa circa duecento metri, aveva sempre suscitatao in me una certa curiosità per la gente che vi entrava e usciva ad ore ben definite e soprattutto mi dava la sensazione che all'interno avvenissero "cose magiche" in quanto: la gente che ne usciva, a volte era allegra, a volte qualcuno uscendo si asciugava una lacrima e qualche altra volta ne usciva cantando un'aria difficile da intonare. Quella sera, come per magia, tutte le mie curiosità presero corpo, con mio padre vissi un'esperienza indimenticabile, per la prima volta fui colpito dalla magia del teatro. Con la mia mano stretta nella sua enorme e ferma, i miei occhi si spalancarono su un palcoscenico illuminato a giorno con tutto intorno il buio, mentre un gobbo si muoveva sulla scena di una festa dove un nobile, in costumi fantastici, intonava una canzone al suo spirito libertino "Questa o quella per me pari sono", mio padre mi aveva portato a sentire "Il Rigoletto" di Verdi. I miei ricordi sono talmente vivi ancora adesso mentre cerco di descriverli che mi sembra di sentire i rumori di scena, l'odore acre delle sigarette fumate e spente per terra, i profili delle persone che al buio non identificavo e che, in religioso silenzio, seguivano come me l'opera verdiana. Usciti dal teatro, mio padre da vero melomane, mi raccontò il libretto dell'opera mettendoci tutta la sua passione, quella sera mi giurai che sarei diventato un cantante lirico e per anni ... ma questa è un'altra storia che cercherò di raccontare un'altra volta.

Monday, February 12, 2007
Il mio blog è come un vecchio in convalescenza dopo una complicata operazione. Si muove a fatica, respira adagio e cerca di non fare sforzi inutili. Ho usato questa metafora per significare il senso del mio blog, un posto dove raccogliere riflessioni quando queste affiorano in modo prorompente. In parole povere quando la mia anima ribelle non riesce ad accettare più i luoghi comuni frutto di un relativismo culturale. Parole disordinate,o meglio dire, parole offese nel loro significato più profondo. Uso improprio del linguaggio che diventa approssimativo, non più accettabile, in quanto ha perso anche gli idiomi dialettali. L'uso indiscriminato degli sms, ha portato ad un inasprimento della non comunicazione che, trent'anni fà, aveva la sua giustificazione nell'incapacità di comunicare nuovi pensieri filosofici. Era scontro generazionale tra due modi di concepire il futuro: uno conservatore, ma pur sempre fatto di concretezza ideologica ed uno rivoluzionario che abbatteva gli ideali che avevano contraddistinto il passato e cercava di creare spazi esistenziali sempre più aperti e refrattari alle concertazioni ideologiche. C'era conflittualità sugli ideali e sulle speranze o per meglio dire, tra certezze ed incertezze sociali. Il pensiero volava alto oltre le espressioni domestiche e noi giovani cercavamo nelle letture di rottura con il passato il nostro futuro. Così facendo ci appropriavamo di nuove parole, il nostro vocabolario si arricchiva di verbi, sostantivi e avverbi e le frasi si componevano naturalmente sempre nella logica grammaticale. Le nostre tensioni ideologiche, la nostra fertile fantasia, la consapevolezza di vivere un momento catartico non ci ha fatto vedere un futuro che andasse al di la dei nostri anni. I costumi cambiavano nei pensieri e nell'estetica e noi, non ci accorgevamo che stavamo diventando "moda" e che stavamo contribuendo a creare generazioni che avrebbero rinnegato il nostro mondo espressivo, gli stavamo offrendo, su un piatto d'argento, una comunicazione massiva che, pur se universale, non avrebbe dato la possibilità di essere sedimentata. Così è cominciata la comunicazione "take over"(mi accorgo che anch'io sono stato contagiato dagli inglesismi) una comunicazione mordi e fuggi, che assorbiva le nostre enegie e ci avrebbe lasciato senza forze intellettuali. In questo disordine culturale si sono persi i grandi scrittori e si è dato spazio ai best seller. Una mini cultura che ha reso gli uomini della mia generazione degli "aventiniani" per opportunismo esistenziale. Sono rimasti pochi"pirati" che ancora vogliono combattere con le poche armi, ormai spuntate, che hanno a disposizione.

Il rispetto ha ancora senso?

Monday, August 28, 2006
Rispetto, letteralmente: sentimento di deferenza, stima e considerazione nei confronti di persone, principi o istituzioni. Così recita lo Zingarelli, ma, a me, piace soffermarmi sul significato della parola:Rispetto, quale sentimento e atteggiamento di riguardo verso la dignità o il valore altrui che ci trattiene dall’offendere, dal recare danno.

E’ questo il senso della parola: rispetto, che più mi intriga, perché, il mondo in cui viviamo, si è dimenticato o per meglio dire ha annullato nella memoria il valore morale del rispetto. Quell’atteggiamento che ci porta all’offesa dei sentimenti senza sapere di offendere. Il rispetto è nato con l’uomo, faceva parte dell’etica civile della convivenza. Sin da piccoli e senza che qualcuno ce lo insegnasse, avevamo rispetto per i nostri genitori che ci avevano messi al mondo, dei nostri insegnanti che ci rendevano partecipi del loro sapere, degli ordini militari che ci proteggevano dalle violenze, rispetto per le idee politiche o religiose pur non condivise ed infine, rispetto per i sentimenti variegati delle persone con le quali vivevamo esperienze intime. Tutta la nostra vita di uomini, della mia generazione, è cresciuta nel “Rispetto”. Abbiamo affrontato la vita nel segno del rispetto, amando e cercando di non infierire quando la nostra amante apriva la sua anima. Non abbiamo mai approfittato dell’amore altrui, abbiamo sempre motivato gli abbandoni, abbiamo vissuto passioni totali nel rispetto reciproco del rapporto che si viveva. Non è da uomini l’inganno nei sentimenti è da vigliacchi. Oggi, le nuove generazioni vogliono sin da piccoli uno spazio di visibilità una sorta di atteggiamento solipsistico, in cui non si accettano altre realtà al di fuori di se stessi. Anche la donna ha contribuito a fare decadere il senso del rispetto, con la sua voglia di parità, di uguaglianza estetica, portando l’uomo a diventare aggressivo, a mostrare la sua muscolarità. Oggi la donna, nella stragrande maggioranza, ha perso la dignità dei sentimenti e quindi del rispetto. Si sente in difficoltà a parlare di sogni, di speranze, a mostrare il dolore e la gioia, la fragilità dei sentimenti che è insita in ognuno di noi. La maggior parte delle nuove generazioni femminili si accanisce nella ricerca della muscolarità del rapporto per poi sentirsi defraudate dei sentimenti. Ritornate donne e non importa se l’universo maschile si degrada sempre più, è meglio sognare che pentirsi di avere dato l’amore ad un “tricipite” ben strutturato.

Pensieri reazionari?

Wednesday, August 02, 2006
Ma cosa ci sta succedendo? Ma dove è finita la nostra dignità di uomini occidentali permeati di cultura, di spirito comunitario, con radici cristiane che si perdono nei secoli? Ci sentiamo talmente superiori da ritenere che le guerre siano la logica conseguenza di uno status culturale inferiore? Ma non sarà forse colpa dell’oppio del benessere ad averci addormentato, ad avere rafforzato le nostre difese psichiche fino a sprofondare nell’indifferenza. Sono riflessioni che tormentano la mia mente e che io uso come antidoto contro questo atteggiamento apatico che mi circonda. L’Europa, la grande madre vacca, che fa sfoggio di prosopopea che si crede superiore alle guerre, alla povertà, alla fame e soprattutto immune dal virus delle guerre, si riunisce, dibatte, blatera e non trova soluzioni di pace perché i suoi componenti hanno interessi economici da difendere e se ne fregano delle generazioni che crescono e muoiono nella convinzione di essere patologicamente superiori. Cerco, in queste riflessioni che rasentano la paranoia, di non ammantarle di contenuto ideologico, perché altrimenti cadrei nella logica degli interessi di parte. Io sono un cittadino del mondo che vede il mondo piegare su stesso, in una babele di incomprensioni perché pervaso da personalismi nazionali. Come possiamo con le nostre fiacche forze, creare una vera forza di pace, smuovere metri di menefreghismo che ci sommergono? A noi non viene data la possibilità di parlare, di praticare opera di convincimento, noi siamo cittadini, abitanti di una terra devastata e non abbiamo alcun diritto e le generazioni invecchiano sotto il mito dell’opulenza e dell’ostentazione economica. Ce ne freghiamo di tutti i fondamentalismi o se ci preoccupiamo di essi, li affrontiamo con la logica che loro sono brutti e cattivi perché vogliono imporre la loro religione. Sarà pure vero, anzi sicuramente è vero all’apparenza ma, nella sostanza, vogliono impadronirsi del potere dopo anni di sfruttamento. E’ l’etrna lotta di classe i poveri che insorgono per la supremazia sui ricchi. Nei secoli ciò è già accaduto e i potenti sono riusciti a ricacciare intere popolazioni in terre dimenticate o comunque da loro controllate. Oggi ciò non è più possibile. La globalizzazione fa emergere il problema e gli emarginati “politici” hanno la forza economica per battersi ad armi pari se non addirittura superiori. Sono loro, in loco, i potentati in grado di manovrare ideologicamente milioni di persone fragili, sconfitti da sempre dalla povertà. E la “religione” sia essa di spirito ateo che credente, ha trovato sempre terreno fertile per smuovere le masse. Ma, l’Europa o ancora di più il mondo occidentale, non da peso a queste rivolte, è superiore e soprattutto non si domanda: gli uomini e le donne occidentali sono o saranno pronte ad affrontare eventi che potrebbero anche essere catartici? La risposta è in ognuno di noi se si affronta il ragionamento senza vincoli politici. Siamo popolazioni allo sbando ideologico, che ci affanniamo per comprare ciò di cui non si avrebbe bisogno e e cadiamo nell’oblio non volendo sentire il respiro affannoso di coloro che vogliono emergere dall’anonimato. Viviamo in comunità preordinate dove però l’ordine è precario perché è delegato a istituzioniche del disordine fanno la loro forza. Ascoltiamo discorsi stereotipati, che di assordante hanno l’enfasi della pochezza verbale e cambiamo canale tv per una risata forzata, per un umorismo sguaiato e sbaviamo per le conquiste o le frequentazioni da rotocalco dell’ultimo clone emergente. Ma che gente siamo, parliamoci, reclamiamo un nostro spazio, senza guerre, ma con la forza dell’ostinatezza. Aiutiamo a far crescere il nostro vicino e, anche difronte all’indifferenza, battiamoci perché si possa vincere piccole battaglie che un domani potranno diventare delle vere e durature vittorie di pace.

Nella foresta della memoria sprazzi di sereno

Monday, July 31, 2006
Chissà per quale motivo, quando si sta un pò di tempo lontano dagli innumerevoli problemi generati dal lavoro, la mente vaga alla ricerca dei ricordi persi nella memoria. La mente percorre strade che pensavi smarrite, ti basta un particolare per accendere lampade di memoria. E' quello che è successo a me recentemente, durante una breve vacanza trascorsa a Tellaro. E' bastato un nome, Gilda, perché, come in una tormenta, strati di ricordi si sono sollevati dal mio profondo per emergere, via via che l'emozione provocatami da quel nome si placava, in tutta la loro chiarezza.
Avevo 12 anni e dire che fu quello, l'anno in cui sono stato sverginato è sbagliato, quell'anno fui educato all'arte dell'amore inteso come sesso nella sua completezza organica . Infatti, prima di allora, avevo fatto conoscenza del sesso per averlo visto fare dai miei genitori o per essere stato condotto per mano a dare piacere, in una vasca da bagno, ad una mia zia ma, mai, mi erano stati spiegati i risvolti del piacere: da dispensare e da ricevere. Fu l'anno in cui, dopo anni di privazioni familiari, mio padre riuscì ad offrirci una vacanza a Senigallia. Avevo appena trascorso un lungo periodo di convalescenza per uno strana malattia che, un’improvvisa ed esagerata crescita fisica, aveva portato il mio corpo da un’altezza di 1,56 cm ad una di 175 cm in poco più di sei mesi. Risultato uno stato catatonico perenne che aveva provocato giorni difficili alla mia famiglia sia in termini affettivi che economici. I costi per la cura sperimentale, all’epoca dei fatti erano quasi proibitivi e se non fosse stata per una fantastica solidarietà del quartiere la mia vita sarebbe stata segnata per sempre. Ma, quell’estate, il peggio era passato e il mio corpo tutto sembrava tranne che un corpo adolescente. Un continuato passaggio in palestra aveva dato i suoi frutti, i muscoli si erano sviluppati al punto giusto e il mio volto esprimeva una maturità più di un ragazzo di venti anni che di uno di dodici. Questo mutamento fisiognomico unito ad una certa maturità di pensiero attraeva in maniera imbarazzante e la conseguenza fu che, una sera, mentre passeggiavo vicino alla rotonda sul mare (chissà se esiste ancora?) per ascoltare le note di un’orchestra che suonava all’aperto, il mio sguardo incrociò quello di Gilda. Un sorriso spontaneo mi fu gettato in faccia e al quale risposi con una certa impreparazione; il sorriso divenne quasi una risata quando lei capì che il mio imbarazzo forse era dovuto ad una certa provincialità e non invece all’età. La sua risata mi dette coraggio e mi presentai con un nome falso: …ciao sono Fabio e senza darle la possibilità di presentarsi, in un momento rischiai di raccontarle tutto il mio passato. A quel punto lei mi disse di calmarmi di respirare profondamente e riuscì a presentarsi: ..mi chiamo Gilda ed abito a Firenze. Per un ragazzo di provincia come me, nato a Terni e di li mai mosso se non una volta, (avevo 4 anni) quando in treno, i miei mi portarono da uno zio di mio nonno rimasto a vivere nel paese di origine di mio padre Mercato Saraceno, Firenze, geograficamente vicina, rappresentava la città dei desideri, il posto dove, appena possibile, trasferirsi per respirare secoli di cultura e dove poter vivere un anonimato che Terni, con l’atavico atteggiamento ingerente dei suoi abitanti, non ti permetteva di avere. Fu subito un incontro dolce e travolgente allo stesso tempo, ma non fu mai plagio. Lei, con una dolcezza infinita cercò di aprirmi ai misteri che regolano il rapporto tra uomo e donna, che non debbono essere improntati solo sulla fisicità dell’atto, ma debbono essere accompagnati da una conoscenza del proprio corpo e della propria psiche per poter assaporare fino in fondo il grande piacere liberatorio dell’intimità sessuale. Ci frequentammo per un anno circa, Gilda aveva 26 anni era bionda, non troppo alta, due occhi azzurri come il cielo d’estate e un sorriso assordante anche quando non era accompagnato dalla risata. Ci siamo profondamente amati e altrettanto dolcemente ci siamo lasciati quando lei mi disse che il percorso era compiuto e che potevo camminare da solo senza perdermi in falsi moralismi e soprattutto che non avrei fatto o ricevuto male. Non so se sono riuscito nell’impresa, di sicuro ho molto amato e ho un buon ricordo di tutto l’amore che ho ricevuto.

Riflessioni sulla categoria dei giornalisti e di conseguenza sulla politica

Wednesday, May 31, 2006
Quando scrissi queste riflessioni sul relativismo culturale dei giornalisti, ancora non conoscevo i risultati delle elezioni politiche ed oggi, rileggendole, ho trovato alcune considerazioni estremamente preveggenti, per cui mi sono convinto di pubblicarle nel mio blog nella speranza che possano fare riflettere qualche mio benevolo lettore.

24 marzo 2006

Ultimamente e come conseguenza delle pallose trasmissioni politiche, mi sono domandato più volte se la professione di giornalista si è dissolta per difficoltà a reperire intelligenze vittime sacrificali dei poteri forti, oppure che la politica in questa nostra disastrata nazione ha ottuso la professione, e la risposta che mi sono dato, è che la politica o meglio quello che viene spacciato per politica moderna ha fatto sì che omologasse tutta la categoria.
Il giornalista e non ho alcuna intenzione di parlare di etica, è o dovrebbe essere per assunto un uomo di cultura, un freddo analizzatore degli eventi, ma soprattutto, dovrebbe essere un cultore della parola come espressione finita di un pensiero maturo. Invece, a cosa assisto quotidianamente? Assisto ad una disgregazione continua della professione. Il giornalista dovrebbe chiedere e ascoltare, controbattere e ricordare, sollecitare e condannare il qualunquismo, la retorica, la pochezza intellettuale dell’interlocutore senza assumere ovviamente la figura del censore. E invece cosa riscontriamo? Una continua permissività dei giornalisti che, in virtù di un’ideologia politica sempre più radicata a sinistra, si adeguano alla pochezza degli interlocutori. Come si fa ad accettare di stare un’ora ad ascoltare la verbosità di un Rutelli(è solo un esempio), vuoto intellettuale cosmico, dialettica soporifera, supportata da tecniche neurolinguistiche(occhi che tentano di bucare il video, mani che si muovono in senso rotatorio, mani aperte sul tavolo ecc. ecc.) e non controbattere la pochezza dell’interlocutore. Come si può accettare, che una persona che certamente non ha mai aperto un libro di economia, di matematica finanziaria, di diritto amministrativo, di diritto costituzionale e via dicendo si arroghi il diritto di parlare di cose più grandi di lui. Se questa non è presunzione cos’è? Allora il giornalista cosa fa o meglio cosa riporta sul proprio mezzo di informazione? Che: “Rutelli ha affermato che non si toccheranno i BOT e i CCT ecc.ecc” Ma, allora, perché non si urla che Prodi ha affermato di tagliare il cuneo fiscale di 5 punti nei primi cento giorni senza copertura, perché questa è la verità. No, il giornalista accetta che gli venga detto che l’Unione “armonizzerà”la tassazione delle rendite fiscali. Li voglio vedere “armonizzare” in Parlamento. Presumo di sapere cosa accadrà nella malaugurata ipotesi di una loro vittoria: o ci sarà una tassazione generalizzata (altro che armonica) sulle rendite, varata con decreto legge(per rispettare i cento giorni); oppure, il Professore dirà che “la situazione di cassa trovata, purtroppo non gli permette di mantenere le promesse, e che la riduzione del cuneo procederà gradualmente …una minestra riscaldata.
Dov’è la visione politica, l’idealità del costruire per il bene della comunità, nei Dalema, nei Pecoraro Scanio,? Dove sono le intelligenze illuminate, nei Rutelli, nei Di Pietro, nei Parisi, nei Boselli? Adescatori di posti.
Non mi si fraintenda, non sono pro Centro Destra, a quest’area politica riconosco soltanto di avere portato il bipolarismo e di averci fatto sognare, ma allo stesso tempo gli rimprovero di averci fatto svegliare con una sinistra deoideologicizzata che ci farà ritornare indietro in un’epoca che credevamo di avere già alle spalle. Poveri noi, povera Italia con una classe di giornalisti che avallano un programma politico ridicolo e pieno di niente!

Il coraggio comincia quando?

Tuesday, May 23, 2006

Si nasce, si cresce, si diventa adulti e poi si muore, ma quando si diventa coraggiosi? Quando, la nostra naturale tendenza alla protezione, dovuta al fatto che dalla placenta, al primo allattamento e su, su, fino al primo amore e poi al matrimonio, e perché no, anche nel momento della morte, credenti o non credenti, cercano protezione in Dio. L'uomo nella sua lunga o breve esistenza è sempre in cerca di protezione, prima dalla mamma, poi la cerca nella propria donna e infine si rivolge al mistero dell'ignoto perché ha paura di morire. Non mi sono mai posto, prima d'ora, questa domanda, ma oggi, ricordando un episodio dell'infanzia, mi è venuto in mente che forse quello che accadde allora ha rappresentato per me la linea di confine tra le paure ataviche che ci portiamo geneticamente dentro e lo sviluppo coscenziale che scaturisce con episodi che oggi possono definirsi coraggiosi.

Avevo 8 anni e fino ad allora avevo convissuto con le paure: paure del buio, paure di procurarmi una ferita, paure di sporcarmi e di essere picchiato selvaggiamente da mia madre, paura del mistero della morte e di tante altre paure che diventa tedioso elencare. Ero quindi un bambino, e come tutti i bambini della mia epoca, l'oratorio rappresentava l'unica area di recupero delle nostre anime aspre e quindi, anche per me, l'oratorio, rappresentava l'essenza della felicità. Il mio era legato alla Parrocchia di San Cristoforo e Don Bruno ne era l'angelo protettivo. Noi bambini ed anche molti adolescenti, quando entravamo in oratorio ci trasformavamo, da figli di famiglie povere con un vissuto il più delle volte socialmente tragico, in figli di un mondo sereno. L'appartenenza a quel mondo di raccolta delle anime perse, ma allo stesso tempo ludico, esaltava in noi, anche se incosciamente, spinte coraggiose che ci portavano ad affrontare in vari modi sfide al limite dell'incoscenza. Per inciso, io credo nella fortuna ed anche allora, quando mi trovavo ad affrontare situazioni veramente pericolose, all'ultimo momento una mano misteriosa deviava dalla mia persona la gravità delle conseguenze dell'azione. Anche nell'episodio, che adesso vado a raccontare, le conseguenze potevano essere più gravi ma, il mio angelo custode fece sì, che solo un pezzo di dente fosse la conseguenza del mio atto di coraggio e non un calcio in testa che sicuramente mi avrebbe ucciso. All'epoca, come tutti i ragazzi, si giocava al pallone più o meno bene ed il ruolo che io abitualmente prediligevo era quello del portiere. Non so perché volessi mettermi in porta, non avevo sicuramente il fisico, ero abbastanza cicciottello, ma, forse, la voglia di sentirmi eroe anche per un attimo , di salvare "l'umanità", rappresentata dai miei compagni di gioco, nell'attimo fatale in cui, superata l'ultimo baluardo della difesa ci si trova a tu per tu con il centravanti avversario, mi faceva sentire utile alla causa. Ed è così che l'attimo fatale accadde. Era una partita di allievi ed io che appartenevo alla categoria dei pulcini, fui costretto a mettermi in porta perché il portiere titolare si era sentito male all'ultimo momento. Ancora oggi penso che, la malattia fu il frutto della paura di affrontare la pericolosità del centravanti avversario che tutti chiamavano Nordhal il mitico e potente centravanti del Milan. Era un ragazzone grande e grosso che tirava delle legnate da 30 metri insaccando nel sette della porta, oppure, con il pallone al piede, da metà campo atterrava tutti e come un siluro si avvicinava sadicamente alla porta con tutta la sua potenza per abbattere anche l'ultimo baluardo, il povero portiere. E così accadeva sempre, era un centravanti da 40 gol a stagione ed io all'inizio avevo una paura becera che ciò si ripetesse anche con me. Tremavo ogni volta che il centravanti (di cui ricordo perfettamente il nome e che per rispetto del ricordo non svelerò) si avvicinava alla mia porta, ma, fino a metà del secondo tempo, non accadde niente di particolarmente pericoloso,. Si vinceva 1 a zero, quando lui prese la palla e come una furia devastante si proiettò verso la mia porta, e l'attimo tanto temuto stava per succedere, ma, come d'incanto, tutte le paure scomparsero in me, la voglia d'eroismo prese il sopravvento e con una forza incoscente mi buttai ai piedi dell'avversario sottraendogli il pallone e ricevendone un calcio di striscio sui denti che mi procurò la scheggiatura del mio incisivo. L'atto fu talmente coraggioso che gli spettatori, avversari e non, invasero il campo e, oltre a soccorrermi, mi portarono in trionfo con pacche da tutte le parti che io, stordito ma allo stesso tempo felice, sentivo come carezze. La partita continuò ancora per una ventina di minuti e alla fine vincemmo 1 a zero. La "giraffone"(nome della squadra) quell'anno vinse il campionato provinciale ed io non ebbi più paura.